La Beekman Tower

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di Gabriello Grandinetti

Con la  Beekman Tower di New York, che si staglia con i suoi 267 metri, oltre il ponte di Brooklyn, sullo skyline della lower Manhattan, l’architetto Frank Owen Gehry, sembra far riecheggiare nel silenzio  “l’urlo barbarico sopra i tetti del mondo” del poeta Walt Whitman. Un aforisma che combacia con il punto di svolta di un’architettura liquefattasi al pulviscolo radioattivo della profezia di Bauman.

 Ma l’evidenza della suggestione liquiforme dell’edificio di Gehry, non ci sottrae dai ripensamenti critici sul versante delle contaminazioni che interessano l’architettura odierna che continua a manifestarsi con le sue connotazioni simboliche, sovrapponendosi ai sedimenti teorici delle sue stratificazioni ma che nella scala del tempo ingloberanno anche il presente che oggi appare così fluido e magmatico quanto inafferrabile.

Gehry è passato indenne dalla cruna dell’ossessione purista dei valori fondativi dell’ International Style e dei suoi derivati neo moderni chiamandosi fuori dalla portata storica del XX secolo attraverso l’insorgenza di una morfogenesi così autoreferenziale da apparire come un outsider egocentrico ed inimitabile.  

Lo skyscraper di Gehry è tutto avvolto in una livrea di acciaio riflettente che si modella lungo tutta la struttura portante in cemento armato, ma senza aderirvi come una calza bensì avvolgendolo come un mantello extra large. L’assemblaggio delle singole unità costruttive dei curtain wall in acciaio inox e vetro, così poco convenzionali, ingenera un moto continuo apparente, dissolvendo ogni principio di unitarietà comunemente intesa come sipario modulare. 

Così l’escursione prospettica delle facciate , sottoposta a un gioco continuo di rinvii in una concatenazione di eventi morfologici dislocati su connessioni e deformazioni accidentali, si combina agli effetti chiaroscurali dell’irraggiamento solare che ne accentua l’apparente labilità materica. L’incessante dilatazione delle sue parti che appaiono non congruenti, esorbitate,  non si modellano con nulla se non con il tutto. Appunto, proprio come nel principio della Gestalt secondo cui “Il tutto è più della somma delle sue singole parti”.

 Allorché, un fenomeno è comprensibile solo attraverso il suo riconoscimento, in quanto è sempre vigente la relazione olistica tra le parti. Al pari di uno spartito di musica atonale, il design process di Gehry contiene in nuce l’astrazione del diagramma che conduce al progetto digitale finale come si intravede nei fogli di carta che lo stesso Gehry accartoccia davanti a una stupita platea per ripercorrere a ritroso il passaggio che conduce all’archetipo, all’origine del “gesto” creativo. Per Marshall McLuhan : <<Qualunque conquista sia artistica che tecnica come quelle di Omero, di Mercurio o di Prometeo sembrava echeggiare il tuono divino>>. O, per tornare a capo della metafora, a quell’urlo barbarico che, nonostante gli anatemi di Nikos A. Salingaros, sembra scuotere i paesaggi dell’architettura contemporanea.